Gaza

una bella poesia di Em Berry ci arriva da Aotearoa, la terra della lunga nuvola bianca. Qui è tradotta in italiano; di seguito la versione originale in inglese

Tagreed Darghouth (Libano), dalla serie L’Albero Dentro: ulivo palestinese, 2018

Per opera nostra

Stamattina ho imparato

che la parola garza

(panno medico a trama fine)

deriva dalla parola araba غزة o Ghazza

perché gli abitanti di Gaza da secoli sono abili tessitori

Mi sono chiesta allora

quante delle nostre ferite

siano state curate

per opera loro

e quante delle loro

siano rimaste aperte

per opera nostra

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Le bugie scritte con l’inchiostro non potranno mai nascondere la verità scritta con il sangue – dalla Cina una lezione di storia sul Medio Oriente

L’operazione ‘Alluvione al-Aqsa’ lanciata da Hamas il 7 ottobre scorso e’ il più pesante attacco in termine di vittime israeliane nonche’ di immagine che lo Stato sionista abbia mai subito nel corso dell’ultimo mezzo secolo.
Il governo israeliano ha reagito con incessanti bombardamenti, l’annuncio di un imminente attacco di terra e il totale blocco della Striscia di Gaza, gia’ sotto il completo controllo di Israele, che non ricevera’ piu’ acqua, elettricita’ e cibo. Una catastrofe umanitaria annunciata per gli oltre due milioni di Gazawi, la meta’ dei quali minori. Contestualmente e’ aumentato il numero di Palestinesi uccisi dai coloni e dalle forze di sicurezza israeliani in Cisgiordania.
Da parte loro gli Stati Uniti, la UE e il campo occidentale hanno immediatamente espresso la loro condanna di Hamas, quale autore di un immotivato orrendo attacco terroristico e reiterato il sostegno incondizionato ad Israele, sottolineandone il diritto a difendersi. Inoltre gli USA hanno gettato altro olio sul fuoco dispiegando una impressionante forza militare fra Cipro e Sicilia con l’obiettivo dichiarato di proteggere Israele da eventuali attacchi esterni, ma chi puo’ dire se i veri obiettivi non siano invece Iran e Siria?

Quale e’ la posizione della Cina sulla crisi in Israele-Palestina?

La Cina, privilegiando la necessita’ di risolvere la catastrofe umanitaria a Gaza, ha sostenuto due proposte di cessate il fuoco al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, una della Russia una del Brasile – a cui gli Stati Uniti hanno invece posto il veto – senza condannare espressamente ne’ Israele ne’ Hamas.
La “soluzione dei due Stati” deve essere pienamente attuata affinché la regione raggiunga una vera pace e affinché Israele raggiunga una sicurezza duratura, ha sostenuto il Ministro degli Esteri Wang Yi, che ha rivelato che l’inviato speciale del governo cinese per le questioni del Medio Oriente visiterà i Paesi della regione nel prossimo futuro per impegnarsi attivamente nella promozione del cessate il fuoco e della risoluzione della situazione.
La Cina chiede inoltre la tempestiva convocazione di una conferenza internazionale più autorevole, influente e di ampio respiro sotto la guida delle Nazioni Unite, per raccogliere il consenso internazionale sulla promozione della pace e spingere per una soluzione globale, giusta e duratura al problema.
Il 13 ottobre scorso, nella conferenza stampa congiunta con l’Alto rappresentante della UE per gli affari esteri Josep Borrell in visita a Beijing, Wang Yi ha inoltre dichiarato: “La questione della Palestina è sempre stata al centro del Medio Oriente e rimane una ferita aperta nel mondo di oggi. La radice di questo problema risiede nella realizzazione, a lungo ritardata, dell’aspirazione del popolo palestinese all’indipendenza e alla statualità, e nelle ingiustizie storiche che ha subito e che devono ancora essere risolte.
Proprio come Israele ha il diritto di esistere come nazione, anche i Palestinesi hanno il diritto di fondare il proprio Stato. Il popolo israeliano ha ricevuto garanzie sulla sua sopravvivenza, ma chi garantisce la sopravvivenza del popolo palestinese? La nazione israeliana non è più in uno stato di diaspora, ma quando potrà tornare in patria la nazione palestinese? In un mondo in cui esistono varie ingiustizie, quella subita dai palestinesi dura da oltre mezzo secolo, abbracciando più generazioni e causando immense sofferenze. Ciò non può continuare più a lungo.”

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HUAWEI E’ TORNATA

Huawei è “come un fiore di pruno” che “diventa più dolce al gelo di un rigido inverno”. (Xú Zhíjūn, attuale presidente di turno nella sua relazione annuale del 31 marzo, 2023)
Il 30 agosto scorso, proprio mentre Gina Raimondo, Segretaria USA al Commercio, concludeva la sua visita ufficiale in Cina, Huawei iniziava la prevendita del suo nuovo cellulare Mate 60, alimentato dall’avanzato processore Kirin 9000s, ogni parte rigorosamente made in China.
L’uscita quasi alla chetichella di Huawei Mate 60 ha sorpreso la comunità tecnologica, perché normalmente l’azienda organizza un grande evento per lanciare i suoi prodotti di punta, ma il pubblico cinese ha risposto con entusiasmo e le vendite del nuovo cellulare sono state imponenti.


Una coincidenza che il lancio sia avvenuto online proprio durante la visita della ministra del Commercio USA, cui spetta la supervisione dei controlli sulle esportazioni che gli Stati Uniti utilizzano per limitare l’accesso della Cina ai chip avanzati? Sui social media cinesi sono presto apparsi meme che mostrano Raimondo come improbabile nuova ambasciatrice del marchio Huawei Mate 60 e si e’ levata un’incontenibile ondata di orgoglio nazionale.
Nel contempo, in un clima di costernazione, in Occidente si smontava freneticamente il nuovo modello e se ne analizzavano le varie parti. Davvero Huawei ha prodotto un modello tanto avanzato senza utilizzare tecnologia USA? E in caso affermativo, come e’ riuscito il gigante cinese a superare il percorso minato appositamente creato dall’amministrazione USA per bloccare lo sviluppo tecnologico delle aziende cinesi e in particolare di Huawei?


Huawei e il rigido inverno
Huawei è una società indipendente e privata di proprietà dei dipendenti attraverso un programma di partecipazione azionaria. Nessuno può possedere un’azione senza lavorare in Huawei e nel 2018 c’erano 96.768 dipendenti azionisti. Il fondatore, Ren Zhengfei, possiede una partecipazione dell’1,14% nella società.
Le azioni conferiscono diritto di voto. I dipendenti azionisti eleggono i membri per formare una Commissione di Rappresentanza, ottenendo un voto per ogni azione posseduta. Successivamente la Commissione elegge il Consiglio di Amministrazione e il Consiglio di Sorveglianza della società. Nelle ultime elezioni del gennaio 2019, 86.514 dipendenti azionisti hanno votato per eleggere 115 rappresentanti in 416 seggi elettorali in tutto il mondo.
Fondata nel 1987, Huawei è leader nel mercato globale delle infrastrutture per la tecnologia wireless di quinta generazione (5G) ed è stata anche il più grande produttore di telefoni cellulari del pianeta.
Ma le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump nel 2019, che vietano la tecnologia e i servizi di “avversari stranieri” ritenuti rappresentare “rischi inaccettabili” per la sicurezza nazionale, sanzioni confermate ed esacerbate dal governo Biden, hanno di fatto negato a Huawei l’accesso ai chip per computer che utilizzino anche in minima parte tecnologia statunitense. Cio’ ha reso problematico l’utilizzo dei telefoni Huawei nei Paesi occidentali, non piu’ in grado di connettersi alle reti 5G, né di utilizzare il sistema operativo Android di Google ed accedere ad applicazioni popolari come Maps.
Cosi’, se nel 2020 Huawei occupava una quota di mercato per i telefoni cellulari del 20%, piu’ di Apple o Samsung, nel 2022 tale quota era precipitata al 4%. Nel 2022, i ricavi di Huawei ammontavano a 92 miliardi di dollari, ben al di sotto del picco del 2020 di circa 140 miliardi di dollari e l’utile netto di quell’anno, pari a poco più di 5 miliardi di dollari, è stato molto inferiore ai quasi 18 miliardi di dollari nel 2021.

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Se volete andare veloci, andate da soli; se volete andare lontano, andate insieme

Si e’ da poco concluso a Johannesburg, Sudafrica, il XV vertice dei BRICS, tappa decisiva nella costruzione di un nuovo ordine mondiale multilaterale.
Alle sue origini, nel 2009, il gruppo originario dei BRIC era formato da Brasile, Russia, India, Cina. Con l’ingresso del Sudafrica nel 2010, il gruppo si trasformo’ in BRICS. Il PIL complessivo dei BRICS, che nel 2010 rappresentava il 18% di quello mondiale, e’ arrivato nel 2021 al 26%; oggi, se misurato in termini di parita’ di potere di acquisto, costituisce 1/3 del PIL mondiale ed ha superato quello dei Paesi del G7 (USA, Canada, UK, Francia, Germania, Italia, Giappone). L’ultimo vertice del gruppo si e’ tenuto a Johannesburg, Sudafrica, dal 22 al 24 agosto scorsi ed e’ stato giustamente definito storico.
Rilevante e’ l’espansione del gruppo: dal 1^ gennaio 2024 altri sei Stati – Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti- diventeranno membri effettivi BRICS, che rappresenteranno quindi il 47,3 della popolazione mondiale, ma una quarantina di Paesi hanno formalmente o informalmente richiesto di entrare nel gruppo. Perche’ cosi’ tanti Paesi del Sud del mondo vogliono far parte dei BRICS?


Varrebbe la pena leggere nella sua interezza la dichiarazione ufficiale di Johannesburg, magari contrapponendola a documenti e dichiarazioni di altri attori internazionali, quali l’amministrazione USA, la dirigenza della UE, il G7 stesso; qui proviamo intanto ad illustrarne alcuni aspetti.
La dichiarazione dei BRICS parla un linguaggio di inclusione, non di esclusivita’ ed auspica: “Chiediamo una maggiore rappresentanza dei mercati emergenti e dei Paesi in via di sviluppo nelle organizzazioni internazionali e nei forum multilaterali in cui essi svolgono un ruolo importante…” Il termine ‘multilaterale’ compare ben diciotto volte nel documento, come in “Sottolineiamo il nostro impegno per il multilateralismo e per il ruolo centrale delle Nazioni Unite che sono prerequisiti per mantenere la pace e la sicurezza”. “Sosteniamo una riforma globale delle Nazioni Unite, compreso il Consiglio di Sicurezza, con l’obiettivo di renderlo più democratico, rappresentativo, efficace ed efficiente e di aumentare la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo tra i membri del Consiglio in modo che possa rispondere adeguatamente alle prevalenti sfide globali e sostenere le legittime aspirazioni dei Paesi emergenti e in via di sviluppo dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina… a svolgere un ruolo maggiore negli affari internazionali, in particolare nelle Nazioni Unite, compreso il Consiglio di Sicurezza.”
Basti ricordare che i cinque membri permanenti dell’organo esecutivo dell’ONU sono tuttora USA, Cina, Russia, Francia, UK – la popolazione di Francia e UK insieme costituisce all’incirca l’1,6 di quella mondiale, per intenderci.

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Le uova del serpente – dall’Unità 731 a Fort Detrick

Seiichi Morimura, con il successo del suo libro La Gola del Diavolo, svelò al grande pubblico giapponese le atrocità commesse durante la Seconda guerra mondiale dall’Unità 731, punta di diamante del programma di guerra biologica del Giappone imperiale.
Seiichi Morimura è morto a Tokyo all’età di 90 anni lo scorso 24 luglio. Fu grazie alla sua opera Akuma no Hoshoku (“La Gola del Diavolo”), pubblicata prima a puntate sul giornale comunista “Akahata”, quindi in forma di libro nel 1981, che le atrocità commesse dall’Unità 731 dell’Esercito Imperiale Giapponese durante la Seconda guerra sino-giapponese (1937-1945) divennero note al grande pubblico giapponese.
Se in Occidente basta pronunciare il nome di Josef Mengele per suscitare immediatamente un senso di orrore e paura, la maggioranza di noi invece ignora chi fossero l’ufficiale medico Shiro Ishii e l’Unità 731. Non così in Cina.


L’Unità 731, istituita dall’ufficiale medico Shiro Ishii nei pressi della città cinese di Harbin poco dopo l’invasione giapponese della Manciuria nel 1931, rimase operativa fino alla fine della Seconda guerra mondiale e poté contare su una grande installazione autonoma in grado di produrre allevamenti di insetti e germi sofisticati, che era dotata di una prigione per gli esperimenti umani, campi di prova, un arsenale per fabbricare bombe batteriologiche, un campo d’aviazione, aerei speciali privati e un crematorio per liberarsi delle sue vittime.
L’Unità non si impegnava solo in sadici esperimenti medici sui prigionieri a disposizione, ma, sotto le mentite spoglie di un reparto per la prevenzione delle epidemie e per la purificazione delle acque, testava vari vettori di guerra biologica. Migliaia di persone, denominate “marutas”, o “tronchi di legno”, principalmente cinesi, ma anche coreani, russi e prigionieri di altre nazionalità vennero infettati da tifo, colera, antrace e peste con l’obiettivo di perfezionare le armi biologiche. Alcuni prigionieri vennero poi vivisezionati senza anestesia in modo che i ricercatori potessero osservare gli effetti della malattia sul corpo umano.

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L’ORIENTE E’ ROSSO – ANCORA!

Carlos Martinez, condirettore di Friends of Socialist China, ha recentemente pubblicato il libro The East is Still Red (L’Oriente e’ ancora rosso). Come argomenta Radhika Desai, “in un mondo in cui la sinistra ha perso la capacità di distinguere tra imperialismo e liberazione; in un mondo che non riesce a capire quanto siano state rivoluzionarie le conquiste dei socialismi realmente esistenti, Carlos Martinez fa risplendere la luce della sua prosa cristallina e della sua acuta intuizione politica e accademica sulle conquiste della Cina, materiali, ecologiche, scientifiche e sociali.

Il libro di Martinez ci offre una panoramica estesa della Cina del 21^ secolo, ma in questo articolo mi focalizzero’ esclusivamente sul capitolo intitolato: La Cina sta costruendo una civiltà ecologica. Nonostante l’ecologia sia a buon diritto infatti uno dei temi piu’ dibattuti sia ai vertici dei decisori politici, sia a livello di base, poco o nulla conosciamo delle politiche ambientali perseguite dalla e nella Repubblica Popolare Cinese. Il libro di Martinez ce ne fornisce un quadro esaustivo e dettagliato.
Con la proclamazione della RPC il 1^ ottobre 1949, la Cina inizia il lungo percorso di emancipazione del suo popolo dalla poverta’ e dal sottosviluppo, che la portera’ a tirare fuori dalla poverta’ assoluta centinaia di milioni di persone.
Lo sviluppo economico della RPC, proprio come in precedenza quello di Europa, USA e Giappone, si e’ basato principalmente sul combustibile piu’ inquinante, il carbone, che fino a due decenni fa costituiva l’80% del mix energetico cinese. Posta di fronte alla scelta fra sviluppo economico con conseguente degrado ambientale o sottosviluppo con conservazione ambientale, la leadership cinese scelse lo sviluppo.
“L’abbondanza di energia da combustibili fossili a buon mercato ha permesso alla Cina di sollevare dalla povertà centinaia di milioni di persone, affermandosi contemporaneamente come leader globale nella scienza e nella tecnologia, gettando così le basi per la costruzione di una società socialista moderna e sostenibile.”
E’ grazie a quella scelta che la Cina, pur essendo ancora un Paese in via di sviluppo, non è più povera. Al contempo, pero’, gli effetti del processo di industrializzazione hanno amplificato e aggravato la naturale vulnerabilita’ della Cina nei confronti del cambiamento climatico – uno dei Paesi più soggetti a disastri, con 200 milioni di persone esposte agli effetti di siccità e inondazioni; con quasi un quarto della popolazione mondiale, la Cina ha solo il 5% delle risorse idriche e il 7% della terra coltivabile del pianeta.
Le questioni ambientali sono pertanto diventate una priorità assoluta e il PCC si e’ focalizzato, specialmente nell’ultimo decennio, sulla transizione verso un modello di sviluppo verde. Se negli anni ’80 aveva fatto della crescita del PIL una delle sue massime priorità, al 19° Congresso del PCC nel 2017 Xi Jinping annunciava che la principale contraddizione che la società cinese deve affrontare ora e’ quella tra uno sviluppo squilibrato e inadeguato e i bisogni delle persone per una vita sempre migliore.

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LO SPETTRO DELLA DIPLOMAZIA


“L’arte della diplomazia non è cercare l’emotivamente gratificante, ma il razionalmente possibile all’interno di vincoli geografici.” La frase è di Shiping Tang, politologo che insegna alla Fudan University in Shanghai e sembra descrivere bene i principi che ispirano la diplomazia cinese. Viceversa quella occidentale pare basarsi sul rovesciamento stesso di tali principi.

Uno spettro si aggira per l’Asia, lo spettro della diplomazia.
Leggiamo dal comunicato congiunto emesso lo scorso 10 marzo dalla Repubblica Popolare Cinese, il Regno dell’Arabia Saudita e la Repubblica Islamica dell’Iran:
“… è stato raggiunto un accordo tra il Regno dell’Arabia Saudita e la Repubblica Islamica dell’Iran… per riprendere le relazioni diplomatiche tra di loro
e riaprire le proprie ambasciate e missioni… e l’accordo include l’affermazione del rispetto della sovranità degli Stati e della non ingerenza negli affari interni degli Stati…I tre Paesi hanno espresso il loro desiderio di esercitare tutti gli sforzi per migliorare la pace e la sicurezza regionale e internazionale.”
“Le parti saudite e iraniane hanno espresso il loro apprezzamento e gratitudine alla Repubblica dell’Iraq e al Sultanato dell’Oman per aver ospitato cicli di dialogo che si sono svolti tra le due parti durante gli anni 2021-2022. Le due parti hanno anche espresso il loro apprezzamento e gratitudine alla leadership e al governo della Repubblica Popolare Cinese per aver ospitato e sponsorizzato i colloqui e gli sforzi che hanno profuso per il suo successo.”
L’accordo tra i due Paesi, che avevano interrotto i rapporti diplomatici nel 2016, è stato infatti raggiunto dopo colloqui tenutosi a Pechino dal 6 al 10 marzo 2023 con la mediazione di Wang Yi, la massima autorità per gli Affari Esteri della RPC e ha suscitato grandi speranze in quella martoriata regione che chiamiamo Medio Oriente. Ecco come lo stesso Wang Yi ha informato la stampa della conclusione dei colloqui:
“…si tratta di una vittoria per il dialogo e … per la pace, … un chiaro segnale in un momento di turbolenza nel mondo.
In primo luogo, il mondo non deve affrontare solo la questione dell’Ucraina. Ci sono molte altre questioni che incidono sulla pace e sulla vita delle persone che reclamano l’attenzione internazionale e dovrebbero essere affrontate adeguatamente e tempestivamente dalle parti interessate.
In secondo luogo, non importa quanto complesse siano le questioni o quanto spinose possano essere le sfide, un dialogo paritario sulla base del rispetto reciproco porterà a una soluzione reciprocamente accettabile.
In terzo luogo, il Medio Oriente appartiene al popolo della regione. Il suo futuro deve essere determinato dai popoli del Medio Oriente. I Paesi della regione dovrebbero fare avanzare lo spirito di indipendenza, rafforzare la solidarietà e il coordinamento e unirsi per rendere il Medio Oriente più pacifico, stabile e prospero…”

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IL MOMENTO UNIPOLARE E’ FINITO: LA CINA PARLA AL MONDO

Il ministro degli Esteri della RPC ha pubblicato “L’egemonia degli USA e i pericoli connessi”, in cui denuncia le pratiche egemoniche degli Stati Uniti in campo politico, militare, economico, tecnologico e culturale.
Il mese di febbraio 2023 ha visto un grande attivismo in politica estera della Repubblica Popolare Cinese, con Wang Yi, il più alto diplomatico cinese, in tour in diversi Paesi europei: Francia, Italia, Ungheria, Conferenza per la Sicurezza di Monaco, Mosca.
Il ministero degli Affari Esteri della RPC ha inoltre pubblicato nell’arco di pochi giorni tre documenti estremamente interessanti: L’Egemonia degli Stati Uniti ed i Pericoli Connessi (20/II/2023), il Documento Concettuale di Iniziativa per la Sicurezza Globale (21/II/2023), La Posizione della Cina sulla Risoluzione Politica della Crisi Ucraina (24/II/2023).
In questo articolo intendiamo concentrarci sul primo, lungo documento, eccone l’incipit: “Da quando dopo le due guerre mondiali e la guerra fredda sono diventati il Paese più potente del mondo, gli Stati Uniti hanno agito in modo sempre più sfrontato nell’interferire negli affari interni degli altri Paesi, nel perseguire, mantenere e sfruttare la loro egemonia, nel promuovere sovversione ed infiltrazione, oltre a provocare guerre sconsiderate, danneggiando così la comunità internazionale… Questo rapporto, basandosi su fatti rilevanti, mira a mettere in luce come gli Stati Uniti abusino della propria egemonia nei settori politici, militari, economici, finanziari, tecnologici e culturali e a sollecitare una maggiore attenzione internazionale sui pericoli che le pratiche statunitensi comportano per la pace e stabilità del mondo e per il benessere di tutti i popoli.”
La citazione è parte dell’introduzione, dopo la quale il rapporto si sviluppa in cinque parti analitiche – I. Egemonia politica; II. Egemonia militare; III. Egemonia economica; IV. Egemonia tecnologica; V. Egemonia culturale – e termina con una conclusione.
Ogni sezione è riccamente corredata di esempi di “fatti rilevanti”, difficilmente contestabili, che sono ampiamente noti alla maggioranza degli abitanti del pianeta – per intenderci quelli che secondo Josep Borrell, rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza della UE, vivono nella “giungla” e che hanno sperimentato sulla loro pelle gli effetti di colonialismo, imperialismo, razzismo. Forse quei “fatti rilevanti” su cui si basa il rapporto sono invece meno noti alla minoranza dorata occidentale che vive nel “giardino” borrelliano, più o meno beatamente immersa nell’illusione di poter contare, a differenza dei cinesi, su un sistema informativo libero da censure e condizionamenti economici e politici.
Vediamo allora i punti salienti del rapporto, che qui viene necessariamente riassunto; consigliamo però vivamente di leggerlo nella sua interezza cliccando qui per la versione integrale in italiano.

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GREAT EXPECTATIONS: THE UKRAINE TO COME

SLEEPWALKING INTO A PRECIPICE
The collective West, increasingly becoming more directly involved in the conflict in Ukraine, has been vague about the objectives of its participation in the war and has repeatedly contradicted itself on the nature and number of weapons to be sent to Ukraine. From another standpoint, however, it has maintained clarity and constancy over time: the total dedication to a neoliberal project for a Ukraine open to Western corporations in which workers have no guardianship or protection.
It cannot be said that the Western powers – the USA, NATO and the EU – have maintained a linear, unequivocal and steady standpoint on the management of the conflict in Ukraine, if not a vocal partisan support for one of the parties involved (the post-Maidan Ukrainian government), the demonisation of the Russian Federation and a disdainful rejection of the ancient art of diplomacy.
While French president Macron, a week after the entry of Russian troops into Ukraine stated, “we are not at war against Russia”, after less than a year the German foreign minister Annalena Baerbock declared in front of the EU parliamentarians “we are fighting a war against Russia.” On the other hand, if at the beginning of the Russian military operations Biden pledged to avoid a direct conflict between the US and Russia, US intelligence officials have recently revealed that not only have the CIA and US special forces been conducting clandestine military operations in Ukraine, but that the CIA, together with a spy agency of another NATO country, is engaged in sabotage operations within the Russian Federation itself.
Not to talk about the escalation in arms shipments to Ukraine by Western countries – the most striking example is certainly Germany, which at the beginning of the conflict reluctantly announced that it would just send helmets and a field hospital, then, amid the indignation expressed by various allied countries and subjected to ever stronger pressure, after less than a year announced it would send tanks, no less. Thus, in a few months, Germany reneged on the principles of foreign policy pursued after the defeat of Nazism, one of which required Germany not to send weapons to any conflict zones, a policy which can be summed up in the German pledge ‘never again’. Which amounts to a complete reversal of the policy of peaceful coexistence with Russia and Eastern Europe pursued by such statesmen as Willy Brandt, having major implications for the entire European continent, not just Germany.
Just a few years have passed – but it feels like centuries – since, on 7 May 2015, Foreign Minister Frank-Walter Steinmeier solemnly celebrated in Volgograd the 70th anniversary of the end of WW2. “Here in Stalingrad, these people brought about the first decisive turnaround in the war. Here in Stalingrad, these people began Europe’s liberation from Nazi dictatorship. In doing so, they made immeasurable sacrifices. As a German, I bow before these victims in sorrow. And I ask for forgiveness for the infinite suffering that Germans inflicted on others in the name of Germany, here in this city, all over Russia, in the parts of the then Soviet Union that are now Ukraine and Belarus, and all over Europe…”.
No one has described such escalation better than former Ukrainian Defence Minister Oleksii Reznikov as of October last year. “When I was in D.C. in November, before the invasion, and asked for Stingers, they told me it was impossible. Now it’s possible. When I asked for 155mm guns, the answer was no. HIMARS, no. HARM, no. Now all of that is a yes. Therefore, I’m certain that tomorrow there will be tanks and ATACMS and F-16s.”
Along with the nature of the arms being supplied, so have the objectives changed, at least the stated ones. We started, so it seems, to help Ukraine defend itself against Russian invasion, then we began talking about a “Ukrainian victory” to inflict a “strategic defeat” on Russia that would leave it “weakened”, with the fall of the Putin government. We have now reached the point that a former Polish foreign minister, currently a MEP, organised a meeting in the European Parliament on January 31, 2023 to “discuss the prospects for decolonisation and de-imperialisation of the Russian Federation” (i.e., the dissolution of the Russian Federation).
On the other hand, it is not the first time that a plan to dismantle the Russian Federation has been openly talked of, under the guise of an improbable anti-imperialist struggle – see for example a conference organised on June 23, 2022 in Washington by the CSCE, a US government agency otherwise known as the Helsinki Commission. If anything, such initiatives can now be officially held at the institutional seat of the EU parliament.
Whereas the trajectory of Western military involvement in the Ukraine conflict has apparently been confused and cobbled together, the stance on the economic, social and political future of Ukraine has instead remained clear and constant over time.

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IL GIARDINO, LA GIUNGLA… E GLI ELEFANTI NELLA STANZA

la politica estera della UE fra eccezionalismo e proiezione


La politica estera dell’UE riceve molta meno attenzione della politica estera degli Stati Uniti, il che è comprensibile dato il ruolo subordinato che gli europei svolgono nei confronti dei loro “alleati” d’oltremare. Tuttavia, poiché la leadership dell’UE è diventata sempre più aggressiva da quando l’operazione militare russa è iniziata lo scorso febbraio, forse vale la pena indagare quali principi la ispirino e verso quali orizzonti si muova.
Recentemente Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, e Josep Borrell, rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza della UE, hanno pronunciato due interessanti discorsi – la prima il 12 ottobre alla conferenza degli ambasciatori della UE e il secondo due giorni dopo in occasione dell’inaugurazione del College of Europe di Bruges, programma universitario progettato per coltivare la prossima generazione di diplomatici europei. Analizzare tali discorsi può aiutarci ad avere una visione più chiara della politica estera della Unione Europea.

VON DER LEYEN E L’ORDINE BASATO SULLE REGOLE
Il discorso di Ursula von der Leyen, decisamente più strutturato e analitico di quello di Borrell, parte dal conflitto ucraino, in cui la UE ha completamente sposato la parte ucraina, di cui loda l’eroismo e a cui assicura totale dedizione. L’altra parte nel conflitto, la Russia, è accusata di avere aggredito “senza alcuna provocazione” l’Ucraina e di avere costretto gli abitanti dei quattro oblast recentemente incorporati nella Federazione Russa di votare in referendum sotto la minaccia delle armi, mentre Putin è accusato di avere minacciato l’uso del nucleare. Niente di nuovo, questo è ciò che ha ripetuto incessantemente e praticamente senza contradditorio la stampa occidentale – ma almeno sulla presunta minaccia di uso di armi nucleari forse varrebbe la pena leggere il testo integrale e autentico del discorso di Putin del 30 settembre in occasione dell’ingresso delle nuove repubbliche nella Federazione.
Comunque per quanto riguarda Putin, un punto da sottolineare nel discorso di von der Leyen è questo: Putin ha persino chiesto, nel suo discorso sull’annessione: “Chi è mai stato d’accordo su un ordine globale basato sulle regole?” Ebbene, i russi l’hanno fatto sicuramente. Lo hanno fatto quando hanno firmato la Carta delle Nazioni Unite, proprio come tutte le altre nazioni del mondo… L’ordine globale basato sulle regole appartiene al mondo. È il miglior antidoto contro l’instabilità perpetua in tutti i continenti. E tutte le nazioni del mondo lo vedono…
Impossibile pensare che von der Leyen ignori la contrapposizione fra i due termini “ordine globale basato sulle regole”, direttamente tradotto dall’inglese rules-based global order, e “ordine globale basato sul diritto internazionale”. Quindi qui la malafede è evidente. Ultimamente infatti questa contrapposizione solo apparentemente semantica è diventata uno degli elementi costitutivi di due antitetiche visioni politiche: quella unipolare dell’Occidente globale a guida USA contro quella pluripolare del Sud del mondo, in cui la Cina sta rivestendo un ruolo sempre più rilevante.
‘L’ordine internazionale basato sulle regole’ sostenuto dagli Stati Uniti è in effetti un’altra versione della sua politica di potere. Questo è un tentativo di imporre la propria volontà e i propri standard agli altri e di sostituire le leggi e le norme internazionali comunemente accettate con le regole interne di alcuni paesi.
Nel mondo esiste un solo sistema internazionale, ovvero il sistema internazionale con l’ONU al centro. C’è un solo ordine internazionale, cioè l’ordine internazionale sostenuto dal diritto internazionale. E c’è un solo insieme di regole, ovvero le norme di base che regolano le relazioni internazionali, sostenute dagli scopi e dai principi della Carta delle Nazioni Unite. (da “Verifica dei fatti: le falsità nella percezione statunitense della Cina – Ministero degli Esteri RPC”)
Ed infatti ecco che nel discorso della presidente della Commissione Europea fa a questo punto la sua comparsa la Cina, che con la sua asserita ‘collaborazione senza limiti’ con la Russia metterebbe in pericolo ‘l’ordine del dopoguerra, costruito sui valori fondamentali della Carta delle Nazioni Unite’ (sic).
Quindi è la volta dell’Iran, che attua politiche repressive nei confronti delle donne e reprime brutalmente le manifestazioni di protesta. Poiché la UE è sensibile alle sofferenze del popolo iraniano, aumenterà le sanzioni contro quel paese. Nell’uso delle sanzioni contro paesi terzi, la politica UE assomiglia sempre più a quella degli USA.
In epoca antica, un esercito che non poteva conquistare una città racchiusa da mura difensive, assediava la città per bloccare la fornitura dei rifornimenti necessari alle persone che vi risiedevano. Questa strategia non è cambiata in modo significativo da allora.
Al giorno d’oggi, solo pochi paesi osano usare armi di distruzione di massa; al contrario, le sanzioni economiche sono sempre più utilizzate da alcune nazioni potenti, presumibilmente come un mezzo umano per imporre pressioni su un paese affinché cambi il suo comportamento e accetti di conformarsi a ciò che è stato chiesto. …. (da The Lancet, autorevole rivista medica britannica)
Le sanzioni contro un paese sono intese a provocare sofferenze nei comuni cittadini, nella speranza che questi ne attribuiscano le cause ai loro governi provocandone quindi la caduta. Sul livello di sofferenze che tali sanzioni possono causare, basti ricordare un rapporto dell’UNICEF del 1999 secondo il quale almeno 500.000 bambini morirono in Iraq come conseguenza diretta delle sanzioni imposte nel 1990 dall’ONU.

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TAIWAN: RED LINES AND STRATEGIC AMBIGUITY

On May 5, 2022, the State Department amended its Taiwan factsheet removing the part in which it acknowledged that Taiwan is a part of China and stated that the US does not support Taiwan’s independence.
While Washington has said the update does not reflect a change in its policy, it has clearly increased both its military and political activism in the region and Biden even went so far as to say in Tokyo on May 23 that the US is ready to use military force to defend Taiwan in the event of an intervention from Beijing.

As the US-led proxy war of NATO against Russia in Ukraine continues, are we going to open a new front against another nuclear power, this time in Southeast Asia? Already our press has begun to compare the situation in Ukraine with the Taiwan issue, so we can expect that the great media circus will soon light up its spotlights to the seas of China – the narrative being likely the same as the one we have been made addicted to by now.
Will we therefore learn to recognise a glorious new flag to insert in the host of democratic countries, that of Taiwan? This will be the easy part, the harder one will be to understand what Taiwan is and why it will have become a vital issue for Western democracies. Will we once again be inundated with a thumping propaganda campaign focused on the epic struggle of democracy against autocracy, freedom against tyranny, light against darkness, good against evil?

Brief historical notes

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Shen Yun is Falun Gong!

The Italian public will soon be able to admire the famous show “Shen Yun – China before Communism”, on tour in various locations of the peninsula between May and June 2022.

This is the presentation of the show on the website of the Arcimboldi Theatre in Milan:
Shen Yun represents Chinese culture as it was before it was destroyed by decades of communism. For five thousand years, China had been home to a deeply spiritual culture that treasured virtue, kindness, loyalty and integrity. But when the Communist Party of China came to power in 1949, the first thing it did was to erase traditional Chinese culture, its values and beauty.
Based in New York, Shen Yun Performing Arts is bringing this lost world back to life. Five thousand years of civilisation are reborn.

The acclaimed music and dance show was born in New York in 2006, it was taken for the first time on tour in 2007 and today there are six Shen Yun companies touring the world.
The company’s site is located in New York State, Orange County, in the huge (1.73 sq km) Dragon Springs residential complex, which is the headquarters of Falun Gong (aka Falun Dafa), registered in the US as a Buddhist church, which in addition to the Shen Yun location, includes an orphanage, schools and temples.

What is Falun Gong aka Falun Dafa?
Falun Gong, founded in May 1992 by Li Hongzhi, was born as a spiritual movement that combined the traditional Chinese practice of qigong with the apocalyptic teachings of its founder and absolute master, as illustrated in his books Zhuan Falun and Falun Gong.

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