Due banditi nella caverna abbagliante: V. Hugo e il sacco del Palazzo d’Estate

Nella notte tra il 12 e il 13 aprile 2026, L’Assemblea Nazionale francese ha votato all’unanimità una legge quadro che mira a semplificare e accelerare il ritorno delle opere d’arte e dei reperti saccheggiati dalla Francia in epoca coloniale.
Qualcuno ha ricordato nell’occasione una lettera scritta da Victor Hugo a proposito del saccheggio e della distruzione avvenuta ad opera delle truppe anglo-francesi nel 1860 dell’Antico Palazzo d’Estate (Yuanmingyuan) a Pechino dove il grande scrittore fra l’altro afferma: Spero che verrà un giorno in cui la Francia, liberata e purificata, restituirà questo bottino alla Cina depredata.

Victor Hugo, parco Yuanmingyuan

La distruzione dello Yuanmingyuan fu ordinata nell’ottobre del 1860 da Lord Elgin, ambasciatore straordinario britannico in Cina e condivisa con il il generale Montauban, comandante francese, in rappresaglia per l’uccisione di prigionieri britannici e francesi avvenuta durante la seconda guerra dell’oppio fra l’impero cinese e le potenze occidentali.
L’Antico Palazzo d’Estate, noto anche come Giardino della Perfetta Luminosità, era in realtà composto da diversi palazzi, uno più magnifico dell’altro. La sua costruzione, iniziata nel 1709 durante il regno dell’imperatore Kangxi (康熙), aveva richiesto diversi decenni. Con una superficie di 350 ettari, oltre otto volte quella della Città Proibita, Yuanmingyuan ospitava quasi mille edifici; era quindi una vera piccola città con laboratori di seta, teatri, scuole e mercati, dove l’Imperatore risiedeva quando non era impegnato nella Città Proibita.

“Lettre au capitaine Butler” è una lettera pubblica scritta il 25 novembre 1861 dallo scrittore francese Victor Hugo mentre si trovava in esilio a Guernsey, a Hauteville House.
Il destinatario era il capitano inglese Butler, un ufficiale britannico che aveva partecipato alla spedizione anglo-francese in Cina e aveva chiesto a Hugo un parere “onorevole” sulla spedizione; la risposta dello scrittore fu una feroce condanna che divenne immediatamente celebre.

Questo è il testo.

Mi chiedete il mio parere, signore, sulla spedizione in Cina. Trovate questa spedizione onorevole e gloriosa, e siete tanto gentile da attribuire un certo valore al mio sentire; secondo voi, la spedizione in Cina, compiuta sotto la doppia bandiera della regina Vittoria e dell’imperatore Napoleone, è una gloria da dividere tra Francia e Inghilterra, e desiderate sapere quanta approvazione io creda di poter accordare a questa vittoria inglese e francese.
Poiché volete conoscere il mio parere, eccolo:

C’era, in un angolo del mondo, una meraviglia del mondo; questa meraviglia si chiamava il Palazzo d’Estate. L’arte ha due principi: l’Idea, che produce l’arte europea, e la Chimera, che produce l’arte orientale. Il Palazzo d’Estate era per l’arte della Chimera ciò che il Partenone è per l’arte ideale. Tutto ciò che l’immaginazione di un popolo quasi extraumano può generare era lì. Non era, come il Partenone, un’opera rara e unica; era una sorta di enorme modello della Chimera, se la Chimera può avere un modello.
Immaginate una qualche inesprimibile costruzione, qualcosa come un edificio lunare, e avrete il Palazzo d’Estate. Costruite un sogno con marmo, giada, bronzo, porcellana, intelatelo con legno di cedro, ricopritelo di pietre preziose, drappeggiatelo di seta, fatelo qui santuario, là harem, là cittadella, metteteci dei, metteteci mostri, verniciatelo, smaltatelo, doratelo, truccatelo, fate costruire da architetti che siano poeti i mille e un sogno delle mille e una notte, aggiungete giardini, bacini, zampilli d’acqua e di schiuma, cigni, ibis, pavoni, immaginate, in breve, una sorta di caverna abbagliante, frutto della fantasia umana, che assuma la forma di un tempio e di un palazzo: ecco che cosa era quel monumento. Per crearlo era stato necessario il lento lavoro di due generazioni. Questo edificio, che aveva le dimensioni di una città, era stato costruito nel corso dei secoli, per chi? per i popoli. Perché ciò che il tempo fa appartiene all’uomo. Artisti, poeti, filosofi conoscevano il Palazzo d’Estate; Voltaire ne parla. Si diceva: il Partenone in Grecia, le Piramidi in Egitto, il Colosseo a Roma, Notre-Dame a Parigi, il Palazzo d’Estate in Oriente. Se non lo si vedeva, lo si sognava. Era una sorta di terrificante capolavoro sconosciuto, intravisto in lontananza in non so quale crepuscolo indefinito, come una sagoma della civiltà asiatica all’orizzonte della civiltà europea.

Questa meraviglia è scomparsa.
Un giorno, due banditi sono entrati nel Palazzo d’Estate. Uno ha saccheggiato, l’altro ha incendiato. La vittoria può essere una ladra, a quanto pare. Una devastazione in grande del Palazzo d’Estate è stata fatta in compartecipazione tra i due vincitori. Il nome di Elgin*, che ha la fatale connotazione di richiamare alla mente il Partenone, è indissolubilmente legato a questa vicenda. Ciò che era stato fatto al Partenone, è stato fatto al Palazzo d’Estate, più completamente e meglio, in modo da non lasciare nulla. Tutti i tesori di tutte le nostre cattedrali messe insieme non eguaglierebbero questo splendido e formidabile museo d’Oriente. Conteneva non solo capolavori d’arte, ma anche un vero e proprio cumulo di oggetti in oro e argento. Grande impresa, buona occasione. Uno dei due vincitori ha riempito le proprie tasche; vedendo ciò, l’altro ha riempito i propri forzieri; e se ne sono tornati in Europa, a braccetto, ridendo. Questa è la storia dei due banditi.

Noi, Europei, siamo i civilizzati, e per noi, i Cinesi sono i barbari. Ecco ciò che la civiltà ha fatto alla barbarie.
Davanti alla storia, uno dei due banditi si chiamerà Francia, l’altro si chiamerà Inghilterra. Ma io protesto, e vi ringrazio di darmene l’occasione; i crimini di chi governa non sono colpa di chi è governato; i governi a volte sono banditi, i popoli mai.
L’Impero francese si è intascato metà di questa vittoria e ora esibisce, con una sorta di ingenuità da proprietario, gli splendidi oggetti d’arredamento del Palazzo d’Estate.
Spero che verrà un giorno in cui la Francia, liberata e purificata, restituirà questo bottino alla Cina depredata.
Nel frattempo, c’è un furto e due ladri, e io lo constato.
Tale, signore, è la mia approvazione per la spedizione in Cina.

La Cina ha scelto di non ricostruire lo Yuanmingyuan, preservandone invece le rovine come testimonianza storica della distruzione subita da parte delle potenze europee nel 1860, in modo da mantenere e coltivare la memoria del secolo dell’umiliazione, durato dalla prima guerra dell’oppio del 1839 fino alla liberazione e alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949.
In un angolo del giardino una statua preserva al contempo la memoria del grande poeta francese che si espresse così inequivocabilmente contro la distruzione di quella meraviglia. La statua di Victor Hugo, opera della scultrice francese Nacera Kainou, è stata installata il 16 ottobre 2010 in occasione del 150° anniversario della distruzione dello Yuanmingyuan. A sud del busto, un libro di pietra riporta brani della lettera al capitano Butler.

*Thomas Bruce, VII conte di Elgin (1766-1841), ambasciatore presso l’Impero Ottomano, rimosse e trasportò in Inghilterra gran parte delle sculture del Partenone di Atene (i “marmi di Elgin”) tra il 1801 e il 1812. Vendette la collezione al British Museum nel 1816 per 35.000 sterline.
James Bruce, VIII conte di Elgin (1811-1863), ministro plenipotenziario in Cina, il 18 ottobre 1860 ordinò la distruzione completa del Yuan Ming Yuan (o Vecchio Palazzo d’Estate). Le sue truppe saccheggiarono i tesori dei giardini imperiali e li portarono in Gran Bretagna. 

Cina 2030: 3,1 milioni di idee per il Piano Quinquennale

Ogni anno a marzo, gli oltre 5mila delegati dei due massimi organismi legislativi cinesi– CPPCC e ANP – si riuniscono a Pechino per i grandi incontri politici che i cinesi chiamano liǎng huì (两会), “le Due Sessioni”, dove si discutono e approvano i piani per le politiche della Cina che coinvolgono economia, difesa, commercio, diplomazia, ambiente e altro ancora.
Le “Due Sessioni” di quest’anno, che sono durate dal 4 al 12 marzo, hanno rivestito un’importanza particolare, in quanto avevano il compito di finalizzare il piano di sviluppo per i prossimi cinque anni, il 15° Piano Quinquennale cinese (2026-30).

Spesso i media nostrani liquidano le Due Sessioni come una sorta di vuoto cerimoniale, e l’ANP come un finto parlamento che si limita ad approvare supinamente decisioni prese a porte chiuse dal PCC.
In realtà l’evento non è che la conclusione formale di un processo molto lungo e complesso che, a differenza delle Due Sessioni, sfugge completamente all’attenzione dei nostri media.
Ecco quindi come si è articolato questo lungo processo di stesura del Piano Quinquennale.

Le Fasi della Stesura

  1. Ricerca Preliminare e Valutazione (2023-2024): a partire dalla valutazione di metà periodo del 14° Piano, iniziano le ricerche preparatorie da parte della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma e vari istituti di ricerca.
  2. Definizione delle Idee Guida (prima metà del 2025): sulla base delle ricerche, vengono delineate le idee fondamentali del Piano prendendo in considerazione l’ambiente internazionale e le contraddizioni interne per formulare gli obiettivi strategici per i cinque anni successivi.
  3. Proposta del Comitato Centrale del PCC (ottobre 2025): il documento fornisce le linee guida generali, fissando le priorità strategiche come il rafforzamento dell’autosufficienza tecnologica, lo sviluppo di una “crescita di qualità” e la transizione ecologica.
  4. Stesura della Bozza e consultazioni (fine 2025 – inizio 2026): a partire dalle direttive del Partito, il governo (il Consiglio di Stato) prepara la bozza dettagliata del Piano. In questa fase, vengono coinvolte amministrazioni locali, esperti e settori industriali.
  5. Approvazione Finale durante le “Due Sessioni” (marzo 2026): il processo si conclude con la presentazione della bozza all’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP). I delegati discutono e deliberano sul documento. Con l’approvazione finale dell’ANP, il Piano diventa ufficialmente legge e guida per lo sviluppo del Paese fino al 2030.

Se fossi un cittadino cinese, come avrei potuto contribuire alla stesura?

Continue reading “Cina 2030: 3,1 milioni di idee per il Piano Quinquennale”

Xuanji Tu, il cosmo tessuto nella seta

Snella, snella, solleva le sue mani pallide,

Clic-clac, gioca con telaio e spola.

Tutto il giorno tesse, ma non completa alcun disegno,

Lacrime che cadono come pioggia *


A differenza delle lingue occidentali, il cinese può essere letto in qualsiasi direzione, sia per la natura dei caratteri cinesi, sia perché questi, a seconda del contesto, possono fungere da qualsiasi parte del discorso. Questo fatto ha dato origine al genere poetico cinese delle “poesie reversibili” (可逆的诗, Kěnì de shī), poesie che possono essere lette in avanti (dall’alto a destra verso il basso) o all’indietro, genere poetico noto anche come “volo delle oche selvatiche”. Spesso le poesie venivano inviate affinché un amante lontano, come gli uccelli migratori, tornasse.

La composizione più famosa in tale ambito risale alla seconda metà del 4^ secolo e fu creata dalla prima importante figura femminile tramandata nella tradizione cinese scritta, ovvero Su Hui (365-427 d.C.). Parliamo dello Xuanji Tu (璇璣圖) – “mappa della sfera armillare” o “misuratore stellare” – una griglia di 29 per 29 caratteri composta da 841 caratteri che può produrre migliaia di poesie diverse e che la rende unica nell’ambito della tradizionale poesia “reversibile”, poiché ne consente letture in tutte le direzioni: orizzontale, verticale e diagonale sia in avanti sia all’indietro, nonché relativamente alle aree grigliate interne.

Che cosa sappiamo dell’autrice? Sebbene la maggior parte delle poesie di Su Hui sia andata perduta, l’origine dello Xuanji Tu è invece entrata nella leggenda.

Sappiamo che il marito era governatore della provincia del Gansu; per uomini di quella posizione era piuttosto comune avere una concubina, ma quando lui ne scelse una, Su Hui si infuriò tanto da rifiutarsi di seguire il marito quando egli venne assegnato ad un’altra località. Così Su Hui rimase sola, compose il suo lamento in forma di poesia palindroma e, dopo averla letta, il marito lasciò la concubina e tornò dalla moglie. Da quel momento vissero insieme felici e contenti.

Su Hui sarebbe stata dunque, secondo questa leggenda, null’altro che una donna innamorata che creò questa opera originale per riconquistare l’amore del marito. Fu nientemeno che Wu Zetian, unica imperatrice donna della Cina (c. 690–705 d.C.) e mecenate delle arti letterarie, a spiegare in questo modo l’origine dello Xuanji Tu nel suo 璇璣圖序 (Prefazione al Diagramma di Misurazione Stellare). L’interesse e l’apprezzamento dell’imperatrice fecero entrare l’opera nel canone letterario cinese garantendone studio e conservazione nel corso delle varie dinastie fino ad oggi.

Non ci sorprende la svalutazione storica della creatrice attraverso epoche in cui le donne erano escluse dai sistemi letterari e accademici formali: ridurne l’opera ad un espediente per riconquistare l’amore del marito è un tipo di narrazione patriarcale che serve a neutralizzare la sfida intellettuale di una pensatrice ambiziosa. Questa narrazione sostanzialmente nega a Su Hui la capacità di agire autonomamente, in quanto la sua spinta creativa sarebbe stata attivata da un uomo (suo marito), non dal suo impulso artistico né tantomeno dalla sua ricerca filosofica.

Che dire allora del fatto che lo Xuanji Tu, intessuto su broccato di seta da una donna sul suo telaio è in realtà riuscito a creare un tempio del pensiero così profondo che l’intera tradizione accademica maschile lo studia praticamente da 1600 anni? Il lavoro femminile di tessitura ha prodotto una forma elevata e raffinata di creazione intellettuale – non solo rompicapo letterario che unisce poesia, matematica e design, ma anche mandala di significato, in cui la griglia di 841 caratteri potrebbe rappresentare un modello personale di grammatica cosmica di interconnessione, trasformazione ed equilibrio.

Continue reading “Xuanji Tu, il cosmo tessuto nella seta”

L’intreccio continua: un filo di seta attraversa memoria, cultura e connessione

di Yanlong Huo*

La seta è più di un tessuto. È memoria, movimento e metafora, dalla poesia classica all’intelligenza artificiale, un filo alla volta.

La seta ha toccato la mia vita per la prima volta durante l’infanzia: morbida e silenziosa come un ricordo. Ma il suo significato è cresciuto con me, attraverso poesie, viaggi e riflessioni che vanno ben oltre il tessuto stesso.

Per oltre 5.000 anni, la seta ha unito le persone, non solo attraverso il commercio, ma anche attraverso la storia, la bellezza e lo spirito. Dalla foglia di gelso al vento del deserto, da Suzhou a Samarcanda, il suo filo intreccia tempo, cultura e silenziosa resistenza.

Questa storia non è solo sulla seta.

È un viaggio: attraverso la memoria, attraverso paesaggi e verso qualcosa di cui abbiamo ancora bisogno in un mondo che gira più veloce che mai.

courtesy: China Online Museum

Ricordo ancora la prima volta che ho incontrato un baco da seta. Era alle elementari. Durante l’ora di biologia, ci diedero alcuni minuscoli vermi bianchi da allevare a casa, nutrendoli con foglie di gelso e osservandoli crescere. All’inizio, sembravano quasi invisibili, rannicchiati silenziosamente contro il verde. Ma col tempo, notai qualcosa di più profondo: la loro concentrazione. Filavano e filavano, senza rumore, senza pausa. Niente li distraeva. Fin da bambino, ne percepivo la silenziosa perseveranza.

Anni dopo, a Suzhou, capitale cinese della seta, toccai per la prima volta la seta grezza. Era più leggera dell’aria, morbida, liscia, quasi inafferrabile. Ma dietro quella delicatezza si celava una forza silenziosa. Un singolo filo poteva estendersi attraverso i continenti. Forse la seta non brilla come l’oro, ma ha mosso le civiltà.

Fu solo alle scuole medie, durante un corso di letteratura cinese (语文), che sentii per la prima volta un verso che mi sarebbe rimasto impresso:

春蚕到死丝方尽,蜡炬成灰泪始干。“Il baco da seta primaverile fila fino alla morte; la candela brucia fino a diventare cenere prima che le sue lacrime si asciughino.”

Continue reading “L’intreccio continua: un filo di seta attraversa memoria, cultura e connessione”

La RPC celebra l’anniversario della vittoria nella 2° Guerra Mondiale

IL SONNO DELLA MEMORIA GENERA MOSTRI.

La Seconda Guerra Mondiale ha dato forma al mondo geopolitico in cui viviamo oggi, alle istituzioni che regolano le relazioni internazionali, persino al nostro modo di comprendere concetti fondamentali quali il bene e il male. Non stupisce quindi che nel contesto attuale di guerra ibrida in cui siamo immersi, della quale la propaganda è parte essenziale, la memoria della Seconda Guerra Mondiale sia diventata essa stessa un campo di battaglia in cui la manipolazione dei fatti storici avviene attraverso l’enfasi selettiva su determinati eventi, il silenzio su altri e la riformulazione degli eventi per adattarli all’agenda del potere.

Il prossimo 3 settembre la Repubblica Popolare Cinese celebrerà solennemente l’80° anniversario della vittoria nella guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e nella guerra mondiale antifascista.

Durante la seconda guerra mondiale la Cina combattè a fianco di Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti, e pagò un prezzo altissimo in termini di morti con un totale di 20 milioni di vittime, eppure il suo ruolo resta poco conosciuto in Occidente.

L’inizio della guerra fra l’impero giapponese e la giovane repubblica cinese viene convenzionalmente fatto risalire al cosiddetto incidente del 7 luglio 1937 nei pressi del ponte Lúgōu Qiáo o Marco Polo, a sud-ovest di Beijing, ma il Giappone aveva formalmente occupato la regione della Manciuria già dal 1931, espandendo quindi gradualmente il suo controllo su parti della Cina settentrionale.

Continue reading “La RPC celebra l’anniversario della vittoria nella 2° Guerra Mondiale”

Guerra e pace secondo Dàodéjīng 31

Le armi sono gli strumenti della violenza;
tutti gli uomini perbene le detestano.

Le armi sono gli strumenti della paura;
un uomo perbene le eviterà
tranne che in caso di estrema necessità
e, se costretto, le userà
solo con la massima moderazione.

La pace è il suo valore più alto.
Se la pace è stata infranta,
come può essere contento?
I suoi nemici non sono demoni,
ma esseri umani come lui.
Non augura loro alcun danno personale.
Né esulta per la vittoria.
Come potrebbe esultare per la vittoria
e rallegrarsi quando uomini vengono massacrati?

Entra in battaglia con gravità,
con dolore e con grande compassione,
come se stesse partecipando a un funerale.

L’inno e la bandiera

Ogni mattina verso le 8:30, tempo permettendo, nel giardino della piccola scuola materna sotto casa i piccoli e le maestre si fermano per vedere alzarsi la bandiera nazionale cinese.

Nell’angolo superiore dell’asta, sullo sfondo rosso si stagliano una grande stella gialla e quattro stelle più piccole: la grande stella rappresenta il ruolo guida del Partito Comunista della Cina, le stelle più piccole sono associate alle quattro classi sociali unite nella coalizione a sostegno del partito: il proletariato, i contadini, la piccola borghesia e i “capitalisti patrioti”.

Mentre la bandiera si alza lentamente sulla piccola scuola, risuonano le note dell’inno nazionale, intitolato “La marcia dei volontari” (义勇军进行曲, yìyǒngjūn jìnxíngqǔ), composto nel 1935 dal poeta drammaturgo Tian Han e dal compositore Nie Er.

Tian Han ne compose il testo nel 1934 per la sua poesia “La grande muraglia”, che divenne poi parte della colonna sonora del film “Children of Troubled Times”, prodotto dalla Diantong Film Company di Shanghai, storia di un intellettuale cinese che fugge a Qingdao durante l’incidente di Shanghai agli inizi del 1932, ma è spinto a combattere l’occupazione giapponese della Manciuria dopo aver appreso della morte del suo amico.
Secondo il Museo del Cinema di Shanghai e’ l’unico caso di inno nazionale proveniente dalla colonna sonora di un film.

Il fatto che Paul Robeson, uno degli artisti e attivisti afroamericani più importanti dagli anni ’20 agli anni ’40, abbia cantato in pubblico e inciso su disco quello che sarebbe diventato l’inno nazionale della RPC con il titolo “Chee Lai” (in cinese , qǐ lai), o “Sorgi”, dal ritornello centrale della canzone, testimonia il profondo e duraturo legame esistente fra la rivoluzione cinese e la lotta per la libertà degli afroamericani – basti ricordare il dott. W.E.B. Du Bois, Langston Hughes, Malcolm X.

Il campo di concentramento di Buchenwald fu liberato dai prigionieri

Tricontinental ricorda l’80^anniversario della liberazione del lager di Buchenwald nella sua 15^ newsletter del 2025. Il racconto mi sembra molto significativo in questo periodo di revisionismo storico in cui le vittime vengono trasformate in aguzzini e rivela con chiarezza che quello che sta accadendo dall’inizio dell’Operazione Militare in Ucraina non è l’inizio, bensì la continuazione di un processo iniziato da tempo.

Ottant’anni fa, l’11 aprile 1945, unità della 4^ Divisione Corazzata delle forze armate statunitensi del generale George S. Patton si diressero verso la città di Weimar, in Germania, dove si trovava il campo di concentramento di Buchenwald. Le truppe di Patton presero alla fine controllo del campo, ma le dichiarazioni dei soldati, raccolte in seguito dagli storici, suggeriscono che non furono i carri armati statunitensi a liberare Buchenwald: il campo era già stato conquistato grazie all’organizzazione e al coraggio dei prigionieri che avevano approfittato della fuga dei soldati tedeschi di fronte all’avanzata alleata.

I prigionieri politici del campo di concentramento di Buchenwald si erano organizzati in gruppi di combattimento (Kampfgruppen) che avevano utilizzato le armi nascoste per fomentare una rivolta all’interno del campo, disarmare le guardie naziste e conquistare la torretta all’ingresso del campo. I prigionieri sventolarono una bandiera bianca dalla torretta e formarono un cerchio intorno al campo per informare le truppe statunitensi di avere già liberato il campo di concentramento di Buchenwald: ‘Das Lager hatte sich selbst befreit’ , “il campo si è liberato da solo”.

Boris-Taslitzky-France-Linsurrection-victorieuse-de-Buchenwald-11-avril-1945-1965

Non fu solo a Buchenwald che i prigionieri si ribellarono. Nell’agosto del 1943, i prigionieri di Treblinka insorsero in una rivolta armata e, pur essendo stati abbattuti, portarono alla chiusura di questo ripugnante campo di sterminio (solo in questo campo i nazisti avevano ucciso quasi un milione di ebrei).
Anche l’Armata Rossa dell’URSS e le forze statunitensi liberarono diversi campi, la maggior parte dei quali terribili campi di sterminio. Le truppe statunitensi liberarono Dachau nell’aprile del 1945, ma fu l’Armata Rossa ad aprire le porte della maggior parte dei campi peggiori, come Majdanek (luglio 1944), Auschwitz (gennaio 1945) in Polonia e Sachsenhausen (aprile 1945) e Ravensbrück (aprile 1945) in Germania.
Nel luglio del 1937, il regime nazista trasferì prigionieri da Sachsenhausen in una zona vicino a Weimar (patria di Johann Wolfgang von Goethe e Friedrich Schiller, nonché luogo in cui fu firmata la Costituzione tedesca del 1919). I prigionieri disboscarono quasi 400 acri di foresta per costruire un campo di concentramento con una capacità di 8.000 persone, che il comandante nazista del campo Hermann Pister (1942-1945) utilizzò per la sperimentazione medica e i lavori forzati. Alla chiusura del campo, otto anni dopo, esso ospitava quasi 280.000 prigionieri (per lo più comunisti, socialdemocratici, Rom e Sinti, ebrei e dissidenti cristiani). Alla fine del 1943, i nazisti uccisero a colpi di arma da fuoco quasi 8.500 prigionieri di guerra sovietici nel campo e uccisero molti comunisti e socialdemocratici. Si stima che i nazisti abbiano ucciso in totale 56.000 prigionieri in questo campo, tra cui il leader del Partito Comunista di Germania (KPD) Ernst Thälmann, che fu fucilato il 18 agosto 1944 dopo undici anni di isolamento. Ma Buchenwald non era un campo di sterminio come Majdanek e Auschwitz. Non faceva parte direttamente della terribile “soluzione finale alla questione ebraica” (Endlösung der Judenfrage) di Adolf Hitler.

Continue reading “Il campo di concentramento di Buchenwald fu liberato dai prigionieri”

SI VIS BELLUM, PARA BELLUM, ovvero qui si fa l’Europa o si muore

Il 15 marzo 2025 si è tenuta a Roma la manifestazione ‘Una Piazza per l’Europa’. Quale Europa? Quella delle armi? Quella della mobilitazione russofoba e guerrafondaia? Chi prepara la guerra, provocherà la guerra.

Cari intellettuali e artisti ‘progressisti’, che vi sta succedendo?
Ho letto con attenzione l’articolo con cui Michele Serra su Repubblica chiamava il popolo a radunarsi “nel blu monocromo della piazza europeista” per “la libertà e l’unità dei popoli europei”, ho letto le parole pronunciate da Serra il 15 marzo, ho letto anche stralci di discorsi di alcuni artisti convenuti in quella piazza.
Davvero “qui si fa l’Europa o si muore”?
Dal palco romano Serra ha dichiarato: “Questa piazza non ha risposte, ma ha ben chiare le domande.”
Al contrario, ambiguità e confusione hanno caratterizzato l’appello e la piazza. Europa o Unione Europea, tanto per cominciare?

Il tono generale è quello a cui da tempo ci hanno abituato gli intellettuali progressisti, intimamente convinti di essere i veri detentori della moralità, che essi identificano con la democrazia o meglio con la Democrazia in opposizione alla Autocrazia.
Dal loro podio elevato essi ci esortano ad una sorta di attivismo emozionale che si nutre di riferimenti alla superiore tradizione filosofica, etica, artistica del continente europeo, pur con varie clausole di eccezione vuoi storiche – vedi colonialismo, razzismo, imperialismo -vuoi geografiche: la Russia è parte dell’Europa oppure no?

La libertà e la pace, secondo Serra, sono le due madri della costruzione europea. Se è così, giudichi lui se l’UE si è mossa e si sta muovendo coerentemente con tali premesse oppure se al contrario le sta tradendo.
Temo che il Manifesto di Ventotene non ci possa fornire un aiuto significativo per capire dove l’Unione Europea stia andando.
Oltre a monitorare come si muove l’UE nelle principali aree di crisi, dovremo rassegnarci a leggere ben altri documenti, come il Libro Bianco sulla Difesa Europea e il Piano ReArm Europe/Preparati per il 2030 elaborato dalla Commissione Europea in data 19 marzo.

Premessa: chi va sul sito istituzionale di questa per scaricarne il Libro Bianco vi troverà, oltre a quella della presidente von der Leyen, altre tre citazioni, rispettivamente di Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, estone; Andrius Kubilius, Commissario per la Difesa e lo spazio, lituano; Valdis Dombrovskis, Commissario per l’Economia e la produttività e per l’Attuazione e la semplificazione, lettone.

Balza subito agli occhi quanto i minuscoli paesi baltici (che insieme contano non più di 6 milioni di abitanti) siano sovrarappresentati nell’attuale Commissione Europea, non credo a caso e senza conseguenze, considerato il loro fanatico livello di russofobia.
Quando l’UE si è data come alta rappresentante per gli affari esteri la signora Kallas, che aveva fra l’altro pubblicamente dichiarato che sarebbe preferibile che la Russia venisse smembrata in vari staterelli e che “dobbiamo prepararci alla guerra contro la Russia”, essa ha inviato al mondo un inequivocabile duplice messaggio: l’Unione considera la Russia sua mortale nemica e rinuncia tout court alla diplomazia quale mezzo di soluzione dei conflitti.

Continue reading “SI VIS BELLUM, PARA BELLUM, ovvero qui si fa l’Europa o si muore”

I canti segreti delle donne

Nüshu (女书) può essere tradotto come ‘scrittura femminile’. E’ una scrittura sillabica derivata dai caratteri cinesi che venne utilizzata dalle donne di Jiangyong, una contea nella provincia cinese meridionale di Hunan.
Non si conosce la data di nascita del Nüshu, ma il più antico manufatto pervenutoci in Nüshu è una moneta di bronzo coniata durante il ‘Regno Celeste della Grande Pace’, instaurato a Nanchino dal 1851 al 1864 dai ribelli Taiping.
Gli otto caratteri incisi in Nüshu sulla moneta significano “tutte le donne del mondo appartengono alla stessa famiglia”.

Sixth Tone

Nüshu ha un alfabeto fonetico, con ciascuno dei suoi circa 600-700 caratteri codificati che rappresentano una sillaba. I caratteri, scritti con sottili linee filiformi, sono formati da punti e tre tipi di tratti: orizzontali, virgole e archi.

“Per la sorella la soffitta,
per il fratello la grande sala e lo studio.
Noi tessiamo mille ricami,
il fratello legge mille libri.”


Il nüshu veniva insegnato principalmente dalle madri alle figlie quando le donne non avevano accesso all’istruzione formale riservata ai maschi e praticato tra sorelle e amiche nel corso delle quotidiane riunioni di cucito e ricamo. Le ragazze si scambiavano ventagli decorati con calligrafia o fazzoletti ricamati con alcune parole di buon auspicio.
Il Nüshu era generalmente utilizzato per scrivere autobiografie, lettere e ‘sanzhaoshu’, le “missive del terzo giorno” che presentavano auguri tre giorni dopo il matrimonio, ma servì anche per registrare in forma poetica canzoni popolari, indovinelli e traduzioni di antiche poesie cinesi.

Secondo Zhao Liming, professoressa alla Tsinghua University di Beijing, il Nüshu veicolava una tipica cultura femminile tradizionale cinese: “È una cultura di luce che consente alle donne di parlare con le proprie voci e di combattere contro lo sciovinismo maschile”.
Nel 2006, la scrittura fu inserita nell’elenco dei patrimoni culturali immateriali nazionali dal Consiglio di Stato della Cina e un anno dopo venne costruito un museo sull’isola di Puwei, nella contea di Jiangyong, Hunan.
Lì viene fornita formazione alle poche selezionate “interpreti o ‘eredi’ della lingua, che imparano a leggere, scrivere, cantare e ricamare in Nüshu, nel tentativo di preservare un patrimonio culturale che altrimenti si sarebbe completamente estinto con la morte delle ultime praticanti.

Nel 2008 Tan Dun, compositore e direttore d’orchestra cinese, dopo un viaggio di ricerca sulla cultura Nüshu nella sua provincia natale di Hunan, fu ispirato a comporre una nuova sinfonia moderna in tredici movimenti, che combina forme musicali orientali e occidentali, Nüshu: I Canti Segreti delle Donne.
La sinfonia, il cui strumento centrale è l’arpa, riflette diversi aspetti della cultura Nüshu e incorpora tredici brevi video, registrati durante il suo viaggio del 2008.

Fonti:
Nüshu: from tears to sunshine
Museo Nüshu
Video:
Tan Dun: Nu Shu: The Secret Songs of Women – Symphony for harp, 13 micro films, and orchestra (2013)
Tan Dun – Nu Shu: the Secret Songs of Women (arrangiamento per chitarra di Artyom Dervoed)
Nushu & I ( 我与女书 )
Nu Shu.m4v

Il nuovo pericolo in arrivo dalla Cina è la sovracapacità di energia pulita?

Giuseppe Masala ha spiegato in modo esaustivo ed efficace nel suo recente articolo su “l’Antidiplomatico” quali siano i veri motivi che hanno nuovamente riportato in Cina la Segretaria al Tesoro USA Janet Yellen.

Fra l’altro, dopo avere citato da una dichiarazione di Yellen …Ora assistiamo allo sviluppo di capacità in eccesso in “nuovi” settori come quello solare, dei veicoli elettrici e delle batterie agli ioni di litio, Masala giustamente afferma che: “tradotto in linguaggio semplice, la Yellen sta dicendo che il sistema produttivo USA non riesce a reggere la concorrenza cinese… ”.

Praticamente alla stessa conclusione giunge Simplicius the Thinker nel suo post “Yellen Dispatched to Beg China for Face-Saving Slowdown“ [Yellen inviata ad implorare la Cina di rallentare per salvare la faccia degli USA]: “Il nocciolo della questione è che la Cina sta semplicemente superando alla grande i decrepiti e deteriorati Stati Uniti, e le élite in preda al panico hanno inviato Yellen a implorare la Cina di “rallentare” e di non metterli in imbarazzo sulla scena mondiale”.

C’è di più, però. Quando Yellen denuncia e lamenta una ‘sovracapacità di energia pulita’ da parte della Cina citando specificamente solare, veicoli elettrici e batterie agli ioni di litio – si arriva direttamente al tema della lotta contro la crisi climatica globale.

Continue reading “Il nuovo pericolo in arrivo dalla Cina è la sovracapacità di energia pulita?”

LA CINA SOSTIENE LA LOTTA PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA

Dal 19 al 26 febbraio 2024 presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), il più alto tribunale delle Nazioni Unite, si discute sulla legittimità della protratta occupazione israeliana della Palestina, a seguito di una richiesta presentata già nel 2022 da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Più di 50 Stati hanno presentato le loro argomentazioni sugli aspetti procedurali e sostanziali relativi all’occupazione, con l’obiettivo che il tribunale emetta successivamente un parere consultivo.

Ma Xinmin, The Frontier Post

Non può sfuggire la rilevanza di questa discussione, che avviene a poco più di un mese di distanza dal dibattimento presso la stessa Alta Corte, da non confondersi con il Tribunale Penale Internazionale (International Criminal Court): il primo, nato nel 1945 come l’organo giudiziale delle Nazioni Unite, ha la giurisdizione sui crimini commessi da Stati, il secondo, basato sullo Statuto di Roma del 1998, su crimini internazionali commessi da individui; mentre tutti gli Stati che fanno parte dell’ONU sono automaticamente anche parte dell’ICJ (Corte Internazionale di Giustizia), diversi Stati, compresi USA, Cina, Russia, non riconoscono invece l’autorità dell’ICC (Tribunale Penale Internazionale).

Nei primi due mesi del 2024 Israele è stato quindi suo malgrado protagonista dei dibattimenti della Corte Internazionale di Giustizia per due volte, a gennaio accusato di genocidio della popolazione palestinese di Gaza, a febbraio imputato per la protratta occupazione dei Territori palestinesi. Parliamo dei territori tuttora occupati dopo la cosiddetta Guerra dei Sei Giorni del 1967, vale a dire inequivocabilmente Cisgiordania e Gerusalemme Est, ma nei fatti, nonostante dal 2005 Israele abbia ritirato le sue colonie dalla Striscia, anche Gaza, che da allora è rimasta sottoposta ad un blocco totale da parte di Israele, che l’ha praticamente trasformata in un campo di concentramento da cui niente e nessuno esce o entra senza l’autorizzazione dello Stato sionista.

Nel corso dei dibattimenti, che si concludono lunedì 26 febbraio, molte delegazioni si sono chiaramente espresse a favore di un’immediata fine dell’occupazione, qui mi concentrerò sulle argomentazioni di quella cinese, intervenuta nella sessione di giovedì 22 febbraio, che sono straordinariamente interessanti sia dal punto di vista giuridico, perché solidamente inquadrate nel diritto internazionale, sia per l’evidente rilevanza storica-politica.

Continue reading “LA CINA SOSTIENE LA LOTTA PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA”

Blog at WordPress.com.

Up ↑

Design a site like this with WordPress.com
Get started